lunedì 7 agosto 2017

Il genocidio

Il caparbio rifiuto europeo di far posto ai profughi e la maldestra condotta del governo italiano sui migranti (la dottrina Minniti, i vincoli posti alle operazioni di soccorso, la spedizione delle navi militari in Libia) hanno innescato una rovinosa deriva dell’opinione pubblica, sostenuta da una inaudita campagna di stampa contro ogni forma di accoglienza e di solidarietà. Questa, a ben vedere, al di là del supposto obiettivo delle ONG, ha di mira il papa che, con i gesti di Lampedusa e Lesbo, ha squarciato la cortina dell’omertà e ha posto la questione politica e morale della risposta da dare alla più grande tragedia del nostro tempo, quella delle migrazioni di massa.
È cominciata da lì la serie degli eventi: prima l’Italia ha avviato l’operazione “Mare nostrum”, pensando che fosse a buon mercato, poi Alfano, dopo un anno, l’ha fatta chiudere, i populismi egoisti e xenofobi si sono scatenati, la stampa e le TV hanno fatto da sponda alla paura e all’intolleranza, il governo ora passa alle maniere forti, Renzi e gli altri vecchi politici non pensano se non in termini di consenso per il potere, ed ecco che quello che stiamo per compiere prende il suo vero nome: un genocidio. L’esperienza del Novecento ci dice che dei genocidi è meglio accorgersi prima o nel mentre che si compiono, piuttosto che commemorarli o negarli dopo.
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sabato 22 luglio 2017

TORNARE AI GIORNI DI COMISO



Le potenze nucleari e perfino l’Italia rifiutano il trattato ONU per il disarmo atomico. Occorre ricominciare la lotta. Un libro che ricostruisce la storia del NO ai missili di Comiso

Raniero La Valle

Con la sola eccezione della Corea del Nord le potenze nucleari, a cui si è associata anche l’Italia, hanno preso posizione contro il tentativo messo in atto dall’ONU per giungere a un trattato per la messa al bando delle armi nucleari. La decisione di procedere in questa direzione era stata presa  dall’Assemblea generale  del 23 dicembre 2016 che aveva istituito una speciale Conferenza dell’ONU per predisporre il testo del trattato. Ma le potenze nucleari e quelle della NATO (con l'eccezione dell'Olanda, che però ha poi espresso l'unico voto contrario),si sono rifiutate di partecipare calla Conferenza, che tuttavia il 7 luglio scorso ha approvato con 122 voti favorevoli (quasi due terzi dei membri dell’ONU), 1 voto contario e 1 astenuto il testo del trattato antiatomico  che dovrà essere ora sottoposto alla firma e alla ratifica degli Stati.
Il governo italiano, interrogato in Parlamento sul perché avesse rifiutato di partecipare alla Conferenza e di concorrere alla stesura del trattato,  ha risposto che esso, così com’è stato concepito, indebolirebbe il regime di non proliferazione  nucleare esistente, e suscita dubbi circa la sua reale capacità di porsi quale strumento di disarmo nucleare irreversibile, trasparente e verificabile, ragione per cui il governo non lo sottoscriverà. Insomma il trattato sarebbe controproducente, e farebbe aumentare le bombe invece che diminuirle. Si ignora la logica di questa asserzione.
Di nuovo perciò l’arma nucleare minaccia il mondo, mentre ardono i focolai della “terza guerra mondiale a pezzi”. Perciò occorre tornare alla lotta, come i popoli hanno mostrato di saper fare. È uscito in queste settimane un prezioso libro che racconta la lotta, con “fiori e sorrisi” come la descrisse un giudice chiamato a condannarla in tribunale) contro i 112 missili  di Comiso (Davide Bocchieri, Centododici, Fiori sorrisi e politica contro i missili Cruise a Comiso, Edizioni Pressh24, Ragusa, 2017). Il libro rievoca quel movimento di popolo e anche le ferite della Chiesa di Ragusa che allora, nel suo vescovo, non fu per la pace. Il libro, che nasce da una tesi universitaria del suo autore, reca una prefazione di Raniero La Valle, che qui riproduciamo.

Vorrei dire in queste pagine perché questo libro è di straordinaria importanza e bellezza. Ne indico quattro motivi.

1) Il primo motivo è che, per il fatto stesso di esserci, è un libro che milita contro la più pericolosa malattia del nostro tempo, che è la perdita-rimozione della memoria.
Senza memoria non siamo nessuno, abbiamo occhi che non vedono, orecchie che non odono, sensi che non discernono, e non possiamo né capire né guidare la storia.
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mercoledì 19 luglio 2017

I piromani



Che l’Italia sia devastata da un esercito di piromani e di untori è una leggenda metropolitana come quella dell’incendio di Nerone. Ma un tempo è finito


La storia secondo la quale all’Italia sarebbe stato appiccato il fuoco dalle Alpi alla Sicilia (quattordici incendi solo nella città di Messina) da un esercito di piromani, mafiosi, camorristi speculatori e padroncini di Canadair, è come la favola dell’incendio di Roma appiccato da Nerone. Fa comodo a tutti dare la colpa ai piromani  quando i piromani sono loro. Il vero piromane è Trump che rompe il timidissimo e solo preliminare accordo mondiale sul clima, piromani sono gli interessi petroliferi e finanziari che hanno bloccato fin qui le tecnologie già pronte per il passaggio alle energie alternative, per le quali già oggi il parco delle automobili potrebbe essere formato da auto elettriche e la motorizzazione su autostrada potrebbe essere sostituita dalle ferrovie, piromani sono le economie speculative che hanno fatto inaridire la terra, rinsecchire il verde, hanno privatizzato le acque, abolito le guardie forestali, burocratizzato le procedure antincendio, messo in ferie forzate guardie ambientali e vigili del fuoco; piromani sono quelli che non battono ciglio quando già intere isole sono sommerse, terre fertili sono diventate un deserto, i tropici avanzano e dalle riserve frigorifere dei poli si staccano iceberg grandi come la Sardegna; piromani sono quelli che non permettono l’immigrazione se non clandestina e ammassano fuggiaschi infelici in campi di detenzione dove basta una bombola, una lite o una spedizione punitiva di difensori dell’identità bianca per scatenare un inferno.
In questa situazione, quando il sole brucia la terra fino a 45 gradi, basta un frammento di vetro, una bottiglia abbandonata, un rifiuto di plastica per concentrare i raggi e accendere il fuoco alle stoppie, ai campi riarsi, ai cigli delle strade inariditi, alle città stesse.
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sabato 15 luglio 2017

L'EREDITÀ SPIRITUALE DI GIOVANNI FRANZONI


 
All'incrocio tra società e Chiesa ha legittimato la libertà cristiana di scegliere

Raniero La Valle

La morte di Giovanni Franzoni è un lutto per la Chiesa italiana ed è - come del resto lo fu quella di don Milani, il cui valore di recente è stato riconosciuto dai capi della Chiesa cattolica - un lutto per la società italiana. Per la società e la Chiesa, perché all'incrocio (o sulla croce) di questi due modi di essere degli uomini insieme, si sono consumate le vite e le testimonianze di "dom" Franzoni come di don Milani.
È un'interazione che di solito non viene evocata, quando si parla della morte di un uomo di Chiesa, così come si tace della Chiesa quando muore un uomo delle istituzioni, magari noto come "non credente", come fu di recente nel caso di Stefano Rodotà. Tuttavia grande è l'influenza dell'uno e dell'altro, quando la personalità è forte e l'impegno pubblico è strenuo, su ambedue i mondi, religioso e civile.
Ciò vale soprattutto per la storia italiana dopo il Concilio Vaticano II. È stato poco studiato (e per nulla dalla cultura laica) l'impatto che il Concilio ha avuto sullo sviluppo della società, anche politica, italiana, sull'evoluzione del diritto, sulla storia delle istituzioni civili. Eppure è stato un impatto fortissimo, decisivo. Basti pensare alla revoca della legittimazione sacrale al partito cattolico (fu quella per l'Italia la vera fine della concezione carolingia o costantiniana del potere, della "cristianità"), basta pensare all'irrompere della secolarizzazione, veicolata dal Sessantotto, che la Chiesa aveva anticipato nel Concilio; basta pensare alla variabile introdotta nella politica italiana  dall'incognita referendaria, inaugurata dal "NO" cattolico all'abrogazione della legge sul divorzio, e poi della 194 sull'aborto; basta pensare al rinnovamento del diritto di famiglia, con la sottrazione della donna al dominio maritale; basta pensare all'interdetto che prima del Concilio gravava perfino sul dialogo con i socialisti (i "punti fermi"!), e che diventa dopo il Concilio alleanza di governo con i comunisti, pagata col sangue di Moro e con la morte angosciata di Paolo VI. È chiaro che un così grande sommovimento storico ha portato con sé frutti e scorie, grano e zizzania, che non si possono separare ora, ci penserà la storia, o la coscienza profonda del popolo, a farne l'inventario.
Ora, in tutti i passaggi di questo incrocio di Chiesa e società, di fede e storia, dopo il Concilio, Giovanni Franzoni è stato al centro, è stato coinvolto, è stato protagonista: ha scelto e ha dato legittimità e forza alla libertà cristiana di scegliere.
Per questo la sua vita, dopo l'avvio fulgente come abate di San Paolo fuori le Mura fino al 1973, è stata vissuta nella solitudine istituzionale, attraverso i vari passaggi delle dimissioni da abate, della sospensione a divinis (1974) e della riduzione allo stato laicale (1976); solitudine istituzionale che lo ha visitato anche nella morte, avvenuta il 13 luglio mentre era solo nella sua casa di Canneto (Rieti), e che è stata lenita e compensata, fino alla fine della vita, dalla sequela e dall'affetto della comunità di base che egli aveva fondato nell'androne di via Ostiense al momento del suo esodo dalla basilica.
Quell'esodo aveva anticipato l'immagine  della "Chiesa in uscita" che sarebbe stata resa canonica da papa Francesco; ed anche l'atto magisteriale che l'aveva preceduta, la lettera pastorale scritta come abate di San Paolo, "La terra è di Dio", era stata la proposta di una uscita della Chiesa dall'involucro di una Chiesa temporalista; infatti prendendosi cura della terra anticipava la "Laudato sì" di papa Francesco, ma nello stesso tempo affermava che la cura della terra richiedeva anche un atteggiamento di povertà e di spossessamento, a cominciare dalle proprietà fondiarie che la Chiesa aveva a Roma e dalle speculazioni edilizie che vi prosperavano, contro cui doveva levare la sua voce perfino un'istanza istituzionale  della Chiesa romana, nel famoso convegno del febbraio 1974 su "i mali di Roma".
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giovedì 29 giugno 2017

Inquietudine, incompletezza, immaginazione

Inquietudine, incompletezza, immaginazione

Queste tre parole consegnate dal papa agli scrittori della “Civiltà Cattolica” riguardano in realtà tutti gli operatori dell’informazione, ma anche i politici perché senza ispirarsi ad esse nessuna politica è possibile. Anzi perfino il Vangelo resterebbe lettera morta
Raniero La Valle
Si è tenuto il 14 giugno 2017 alla Federazione Nazionale della Stampa un Convegno promosso e dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio e dall’UCSI per discutere se la richiesta fatta da papa Francesco agli scrittori della “Civiltà Cattolica” nel discorso del 9 febbraio 2017 di avere “Inquietudine, incompletezza, immaginazione” , potesse riguardare anche tutto il mondo dell’informazione; questo è l’intervento svolto in quella occasione.
I. Per cogliere la portata effettiva di queste parole, che sono oggi al centro del nostro dibattito, bisogna vedere il contesto in cui sono state pronunciate. Da questo esame risulta che non sono parole occasionali, ma sono indicazioni programmatiche in molte direzioni. A chi sono rivolte? Il papa dice che gli scrittori della Civiltà Cattolica a cui le rivolge, non lo perdono mai di vista e hanno dato un’interpretazione fedele di tutti gli atti più importanti del pontificato. Quindi quelle tre parole indicate come modello della Civiltà Cattolica sono modello anche per sé, prima di tutto si applicano a lui.
Dunque se a descrivere il suo pontificato ci vuole inquietudine, incompletezza e immaginazione, vuol dire che il suo pontificato è inquieto, non predefinito ma aperto all’immaginazione e pieno di poesia, ed è incompleto, cioè è il contrario del papa che ha la perfezione di Cristo o sostituisce Dio in terra, non è cioè né Vicarius Christi né pastor angelicus e tanto meno, come i papi si chiamavano una volta, signore dei signori.
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giovedì 15 giugno 2017

PERCHÉ NON POSSIAMO DIRCI CRISTIANI SENZA IL CRISTIANESIMO



Raniero La Valle

Discorso tenuto da Raniero La Valle il 9 giugno scorso alla Facoltà teologica di Cagliari, nel quadro di una iniziativa volta a una rivisitazione del saggio di Benedetto Croce “Perché non possiamo non dirci cristiani”.

 Com’è noto “Perché non possiamo non dirci cristiani” è il titolo di un famoso saggio di Benedetto Croce, che è una specie di patriarca della cultura italiana del Novecento. Il saggio uscì per la prima volta su “La Critica” del 20 novembre 1942, e poi fu ripubblicato più volte.
Il titolo, più ancora del saggio, ha fatto storia, perché si presenta come il biglietto da visita di una civiltà intera: è la civiltà europea di cui Croce si sente espressione e interprete che rivendica per sé il nome di cristiana.  Ma è un biglietto da visita fuorviante, che esprime piuttosto una vanteria  che un’identità; ed è una vanteria altamente mistificatoria e profondamente non vera; essa però è stata tanto ripetuta come se fosse ovvia, da diventare un luogo comune. Con la secolarizzazione questo luogo comune è caduto in disuso, però non manca chi ancora vi fa ricorso per certe battaglie politiche identitarie come quelle oggi in voga contro immigrati, stranieri e musulmani.
L’equivoco della formula crociana consiste nel travisamento del suo oggetto: ciò di cui parla è infatti un cristianesimo senza Vangelo, una cristianità senza cristianesimo e, si può aggiungere, un cristianesimo nonostante la Chiesa. Il Dio di questo cristianesimo, dice Croce, non è Zeus, né Jahvè, né il Wodan del paganesimo germanico (che Croce cita perché nel ’42 aveva a che fare con Hitler); ma con ogni evidenza non è nemmeno il Dio di Gesù. Perciò un cristianesimo senza Cristo. Croce parla quindi di ciò che non conosce. Lo coglie nella storia degli effetti, ma non ne riconosce l’essenza, non ne capisce le cause. Negli effetti il cristianesimo gli appare straordinario. È stato, egli dice, la più grande rivoluzione nella storia dell’umanità, tale che di un’altra religione o rivelazione come questa non si sa se mai potrà essercene un’altra pari o maggiore; in ogni caso non se ne vede ora il minimo barlume. È stata una rivoluzione senza eguali perché ha operato nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e consiste in sostanza  nella scoperta della congiunzione dell’umano e del divino nell’uomo. Ed è vero: senonché di questo Croce nega la causa e l’origine; sì, all’origine ci sono Gesù, Paolo, Giovanni, ma Dio non c’è, se non come un nuovo concetto pensato dall’uomo. È un Dio nuovo, non più immobile e inerte, che però non è altro dal mondo, non si dà come miracolo, bensì è un parto della storia, dice Croce; e non è mistero ma è visibile; non visibile all’occhio della logica astratta e intellettualistica, ma all’occhio della “logica concreta”.
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lunedì 12 giugno 2017

NON È ISLAM?


Come la storia ha atrocemente dimostrato non basta dirsi cristiani per esserlo veramente, e nemmeno ebrei, e neanche musulmani. Dire che il terrorismo non è islamico non è un’informazione, è un antidoto

Raniero La Valle

Un musulmano scrive su “Avvenire” che certo l’Islam c’entra con i terroristi che si fanno saltare in aria con le loro vittime gridando Allah è grande. E subito i siti sanfedisti e antipapisti gridano: ecco, vedete, ci voleva un musulmano per dire quello che il papa e i vescovi continuano a negare, che l’Islam c’entra, e come, nella violenza dell’ISIS e delle sue schiere.
 Hanno ragione: ha ragione il musulmano che scrive su “Avvenire” e hanno ragione i siti integralisti. L’Islam c’entra. Come c’entrava il Dio di Israele, quale era concepito da Giosuè, quando Giosuè, il  condottiero degli Israeliti usciti miracolosamente dall’Egitto, ordinò lo sterminio di Gerico, e votò allo sterminio le città di Ai, Makkedà, Libna, Lachis, Eglon, Ebron, Debir, Asor, non lasciandovi alcun superstite, ne fece impiccare i re, e quelli che non sterminò, come i Gabaoniti, li ridusse in schiavitù. 
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lunedì 5 giugno 2017

LA LEZIONE DI TORINO

C’è una decisione da prendere perché il terrorismo  globale possa essere vinto e la storia possa riprendere: e tocca alle Nazioni Unite e a Stati Uniti, Russia, Cina, Inghilterra e Francia
Raniero La Valle
Sabato 3 giugno la vigilia di Pentecoste sono successe diverse cose che ci parlano del presente e del futuro del mondo:  la decisione di Trump di tradire gli obblighi assunti dagli Stati Uniti col trattato di Parigi sul clima, il nuovo attentato terroristico sul ponte di Londra, le bombe dei kamikaze contro un funerale eccellente nel cimitero di Kabul, la città di Marawi nelle Filippine occupata dai jihadisti islamici mentre si contano i morti della strage di Manila, a Torino,  in una giornata di perfetta pace, un bambino in coma e 1527 feriti, in una folla in fuga che per la paura si è fatta male da sola. Quando poi si ascoltano le letture bibliche di Pentecoste, mentre tutte queste cose accadono insieme, sembra come se quel tempo nuovo  che vi era annunciato non fosse mai cominciato.
Degli eventi di quel sabato 3 giugno la lezione più importante è quella di Torino. I cittadini e tifosi lì riuniti non avrebbero avuto nessuna ragione di fuggire, perfino se si fosse udito un petardo o qualche sconsiderato avesse gridato a una bomba. Ma avevano tutte le ragioni di aver paura per tutto ciò che era successo fino ad allora e per quello che stava succedendo a Londra, a Kabul, nelle Filippine, a Washington, in Africa e in Medio Oriente. In effetti a parte le vittime del clima, non quantificabili, quegli eventi in quelle ore hanno provocato centinaia di morti e migliaia di feriti in diverse parti del mondo.
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martedì 30 maggio 2017

MA VIENE UN TEMPO ED È QUESTO



  “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” mette a tema il cambiamento d’epoca in atto proponendo un percorso di riflessione che culminerà in un’Assemblea nazionale convocata a Roma per il prossimo 2 dicembre

Cari Amici,
a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, una rete di associazioni e di cristiani qualunque volle richiamare in vita quell’evento e rilanciarne la ricezione nella Chiesa, in quattro successive assemblee annuali che si tennero a Roma dal 2012 al 2015. Quella vasta iniziativa di base, in controtendenza rispetto al clima ecclesiale di allora, si chiamò “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”. Essa concluse il suo ciclo con l’Assemblea del 9 maggio 2015 che, richiamando la “Gaudium et Spes”, aveva come tema: “Gioia e speranza, misericordia e lotta”. Quel titolo già risentiva di una novità: era successo infatti che nella sede di Pietro avesse fatto irruzione papa Francesco, che proprio dal Concilio aveva preso le mosse per rimettere in cammino la Chiesa e riaprire, nel cuore di una modernità che la stava archiviando, la questione di Dio.
Proprio all’inizio del pontificato, dinanzi a una platea che non poteva essere più universale, essendo formata dai 6000 giornalisti che avevano seguito il Conclave, il papa svelò il suo programma dicendo: “Come vorrei una Chiesa povera per i poveri!”.
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venerdì 12 maggio 2017

I cinquantacinque giorni di Moro nell’Edizione Nazionale delle opere



Il memoriale e le lettere dal carcere saranno presenti negli “Scritti” e “Carteggi” dell’Opera omnia pubblicata in forma digitale. Una riparazione storica

Raniero La Valle

           Le lettere di Moro dal carcere delle Brigate Rosse erano veramente sue, non si dice più che non si possono a lui attribuire. Giovedì 10 maggio nella sede dell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica è stato presentato il piano dell’Edizione nazionale delle opere di Aldo Moro che saranno pubblicate in forma digitale con il patrocinio e con i soldi del ministero dei beni culturali. Vi troveranno posto gli scritti di Moro durante i 55 giorni della sua prigionia. È stato infatti annunciato che il memoriale scritto dal prigioniero, che fu in seguito trovato nel covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano, sarà pubblicato nella prima sezione, “Scritti e discorsi” dell’Opera omnia, e le lettere saranno inserite nella terza sezione, quella dei “Carteggi”. Si tratta di una riparazione e di una restituzione: lo Stato che aveva tolto a Moro la sua identità e la sua parola, ora gliela restituisce, perché almeno ne resti integra la memoria.
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martedì 9 maggio 2017

LA COSTITUZIONE, IL CONCILIO, IL SESSANTOTTO



“Nel corso di una vita”: il perché delle scelte in un’intervista a Raniero La Valle su “Micromega”
Valerio Gigante*

Il 20 novembre scorso  uno scompenso cardiaco ha tenuto Raniero La Valle lontano dalle ultime due settimane della campagna referendaria sulla riforma costituzionale, per la quale si era prodigato in ogni modo a sostegno del No (e il malore che lo ha colto è dovuto proprio al suo impegno senza sosta in giro per l’Italia ad animare incontri, dibattiti, occasioni di riflessione e confronto con cittadini e credenti). Ha seguito quindi da un letto d’ospedale la vittoria del No, la crisi del governo Renzi e la formazione del “nuovo” esecutivo di Paolo Gentiloni. Lo incontriamo nella sua casa romana al termine di una lunga convalescenza, per parlare del legame che unisce gli avvenimenti di ieri a quelli di oggi. La Valle è infatti uno dei grandi protagonisti dell’impegno dei cattolici conciliari e progressisti in politica. Dopo aver diretto il quotidiano della Dc Il Popolo (quando il segretario del partito era Aldo Moro), dal 1961 al 1967 ha guidato L’Avvenire d’Italia, giornale che divenne l'interprete dei fermenti innovatori del Vaticano II, dal quale a causa delle spinte normalizzatrici del post Concilio  decise di dimettersi. Dopo un’esperienza in Rai dal 1976 al 1992 come inviato, è stato senatore di Sinistra Indipendente. Dal 1978 ha anche diretto la rivista Bozze, da lui stesso fondata, testata che ha costituito un importante strumento di dibattito ecclesiale e civile, e che ha chiuso nel 1994. Dopo l’esperienza parlamentare ha sempre continuato l’azione politica e civile attraverso l’impegno in diversi campi, soprattuto quelli della pace e del diritto, animando i Comitati Dossetti per la Costituzione (nati in seguito alla vittoria di Silvio Berlusconi alle elezioni del 1994), di cui è presidente, dirigendo Vasti, Scuola di ricerca e critica delle antropologie, sostenendo le attività dei giuristi democratici e divenendo punto di riferimento del vasto movimento che in questi anni ha difeso e promosso i valori della Costituzione contro chi voleva aggredirne la lettera e lo spirito.
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lunedì 24 aprile 2017

IL MONDO È PIÙ O MENO VIOLENTO DI IERI? MENO





Ciò che è cambiato è un annuncio di Dio che toglie radicalmente ogni legittimazione religiosa della violenza

Pubblichiamo il discorso tenuto da Raniero La Valle il 21 aprile 2017 ad Alessano (Lecce), nel ricordo del vescovo don Tonino Bello e del sindaco di Molfetta Guglielmo Minervini

È nel ricordo di don Tonino Bello e di Guglielmo Minervini che vogliamo guardare oggi al tema della nonviolenza a cui essi hanno dedicato la vita, il primo facendone il cuore della propria azione pastorale, il secondo della propria azione amministrativa e politica.

I – La violenza organica al mondo

In quale situazione essi hanno dato la loro testimonianza? Essi hanno vissuto in una situazione in cui  la violenza era del tutto organica al mondo, mentre la nonviolenza era opposta allo spirito del mondo. Non altrettanto essa era opposta  allo spirito della Chiesa, grazie al Vangelo, ma certamente la nonviolenza era estranea alla cultura e alla immagine della Chiesa.
a) Il primo punto è che la violenza era organica al mondo. Essa infatti, nella dimensione pubblica non solo era legittima (essendo stato conferito al potere pubblico il monopolio della violenza) ma fungeva da giudice di ultima istanza. Vale a dire che alla fine a decidere era la violenza. Nella seconda guerra mondiale la bomba atomica è stata il giudice finale. Trump che getta la bomba-madre sull’Afghanistan, dice che l’ultima decisione sarà la sua. Le Brigate Rosse in Italia elessero la violenza come ultimo giudice tra il potere e l’antipotere. La stessa cosa fa oggi il terrorismo internazionale. Anche nella dimensione privata la violenza si mostrava inarginata; basti pensare al Far West americano, alla violenza nei rapporti di lavoro, nella fabbriche, nei campi, nelle famiglie, alla violenza sulle donne, al bullismo, alla manovalanza delle mafie e delle camorre.
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martedì 11 aprile 2017

IN NOME DEL TEMPIO. IN NOME DEL BAMBINO


La guerra ha bisogno del simbolo che la giustifichi; l’ISIS insiste con Dio e distrugge le chiese, l’Occidente, privato dell’alibi della guerra di religione si fa filantropo e lancia i suoi missili in nome dei bambini 

L’attacco firmato Daesh o IS alle chiese copte in Egitto è un’azione dagli alti contenuti simbolici. Si è scatenato contro un popolo di martirio e di pace, come ha detto il prete della comunità copta di Firenze; è avvenuto a tre settimane dalla visita del papa in Egitto, come a dire che il bersaglio grosso è lui; è stato perpetrato contro una chiesa piena di fedeli, a Tanta, e contro la cattedrale del patriarca Tavadros II ad Alessandria; è stato compiuto mentre erano in corso la messa in piazza san Pietro e le due messe celebrate nello stesso momento in Egitto, nel giorno liturgico della domenica delle palme, quando si ricorda che Gesù è stato ucciso con l’accusa di aver minacciato la distruzione del tempio.
Questo sovraccarico di simboli religiosi dice che i terroristi dello Stato islamico hanno assoluto bisogno di far passare la loro guerra per una guerra religiosa, volta a islamizzare il pianeta.
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venerdì 24 marzo 2017

COMINCIAMO IN 72



L’unica via per fronteggiare il terrorismo è di fare in modo che nessuno più, musulmano, nazionalista o impoverito che sia, abbia ragioni serie per odiarci
Raniero La Valle

             Cinque morti e quaranta feriti a Londra per fare uno sberleffo al Parlamento inglese che, con l’Europa o senza Europa, ha violentato e oppresso per secoli musulmani e popoli di ogni colore, sono troppi.
             Trecentomila morti (fonte Osservatorio siriano per i diritti umani) e quattro milioni di profughi dalla Siria (fonte ONU UNHCR) per liquidare senza riuscirci Assad facendo finta di combattere contro lo Stato islamico, sono troppi.
             Seicentocinquantacinquemila morti in Iraq (fonte Iraq Body Count) per arrivare a deporre e uccidere Saddam Hussein, sono troppi.
             Settantadue vittime civili nella guerra della NATO (fonte Human Rights Watch), 1.108 uccisi e 4.500 feriti tra i civili (fonte Ministero della Salute libico al 13 luglio 2011) per deporre e uccidere Gheddafi, sono troppi.
             Undicimilacentododici profughi fatti morire nel Mediterraneo dalla strage di Lampedusa all’estate del 2016 (fonte ONU UNHCR) perché l’Europa è una società chiusa in cui si può entrare solo come clandestini, sono troppi. Secondo il papa sono “una vergogna”.
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venerdì 17 marzo 2017

- Dopo le elezioni olandesi - IL POPOLO C'E. AVANTI I LEADERS



Le scelte degli elettorati sono volte a conservare le conquiste della modernità. I popoli sarebbero pronti a seguire leadership che riaprano la strada del progresso storico
di Raniero La Valle

                                                               

La sconfitta della destra xenofoba e razzista nelle elezioni legislative del 15 marzo in Olanda è una buona notizia sullo stato del mondo. Contro catastrofici sondaggi e previsioni, le pulsioni regressive rispetto ai valori della modernità hanno coinvolto una parte minoritaria, il 12 per cento, dell’elettorato di quel Paese. Ciò vuol dire che la post-modernità, intesa come un rovesciamento delle conquiste del Novecento [1], non è affatto una condizione comune della cultura di oggi, ma ne è una deriva o una tentazione ancora circoscritta.

Ciò appare chiaro se si confronta questo evento elettorale con altri, taluni apparentemente contraddittori, che lo hanno preceduto. Tutti infatti, se li si sa leggere, mostrano un buono stato di salute degli elettorati, i quali non sembrano affatto vittime dei deprecati populismi, ma piuttosto tesi a salvaguardare o a ripristinare proprio le grandi conquiste politiche e civili della modernità, che oggi un potere economico selvaggio e classi dirigenti mediocri o deviate stanno compromettendo.
Il risultato olandese in questo senso è eloquente: esso significa che la maggioranza del popolo non è affatto d’accordo con i muri, i reticolati, le detenzioni e le espulsioni degli immigrati. È la stessa cosa che hanno dimostrato i volontari austriaci e tedeschi che corsero al confine ungherese per soccorrere i profughi bloccati e portarseli con sé. È la stessa cosa che traspare dalle sofferte posizioni assunte dalla Merkel in Germania. È la stessa cosa che si manifesta nello spirito e nelle pratiche d’accoglienza di tanti italiani e che invece grida nelle proteste contro le ultime politiche repressive instaurate dal ministro Minniti e gli accordi efferati stipulati dal governo con la Libia.
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sabato 4 marzo 2017

Le "Cronache ottomane di Renato La Valle"



Intervento tenuto il 1 marzo 2017 presso la biblioteca Moby Dick a Roma da Raniero La Valle per la presentazione del libro “Cronache Ottomane” in cui sono raccolte le corrispondenze da Costantinopoli di suo padre Renato La Valle.

          Benchè per tanto tempo abbia avuto tra le mani questi articoli da Costantinopoli di mio padre, che leggevo fin da bambino, ogni volta che prendendo in mano questo libro ne rileggo qualcuno, così come Francesca l’ha trascritto, ancora mi diverto. Perché pensare al re d’Italia fischiato in un cinema di Costantinopoli, o al generale italiano Di Robilant che riorganizza la marina turca, o a mio padre che sfida a duello un generale ottomano, o ai siciliani cui si dà la colpa della guerra per la Libia, è veramente divertente. E mi pare che ciò dimostri la qualità di quel giornalismo, che era nello stesso tempo così leggero e così profondo.
          Ma per venire alla sostanza, quello che mi sembra più interessante, non è tanto vedere le similitudini tra le cose di ieri e quelle di oggi. Certo le similitudini sono impressionanti: basta pensare alla riesumazione della figura del Califfo, fatta da Abu-Bakr Al Baghdadi, nell’impossibile reiterazione di quello che era stato il Sultano ottomano; basta pensare alla Sharia, che viene invocata oggi come allora quale legge suprema di un ordinamento islamico; basta pensare al Modello di Difesa con cui l’Italia un secolo dopo torna sul luogo del delitto e come ieri ebbe il suo battesimo di guerra per la civiltà conquistando la Tripolitania, così oggi per giustificare il suo apparato, le sue spese militari e le sue forze armate, dopo la fine del comunismo, ha ripristinato l’Islam come nemico.
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martedì 31 gennaio 2017

IL COMPITO DELLA POLITICA? SBLOCCARE LA CIVILTÀ



di Raniero La Valle 
Dopo lo spartiacque del 4 dicembre

L’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre, mostrando un’intelligenza politica popolare tutt’altro che spenta,   ci consegna una responsabilità che non possiamo ridurre a proposte di corto respiro; occorre invece affrontare come prioritari i nodi che oggi bloccano la politica e strozzano lo sviluppo stesso della civiltà in tutto il mondo. Fare politica vuol dire precisamente rimuovere queste strozzature.
Io vedo tre questioni prioritarie, tre “forze frenanti” su cui dovrebbero misurarsi il pensiero e l’iniziativa culturale,  politica e religiosa per consentire la ripresa di un cammino di civiltà, che per ora sembra bloccato o addirittura in ripiegamento rispetto alle conquiste del ‘900; e non solo per Trump.

                                                                                                         Il mondo è di tutti

Il primo blocco consiste nella mancata risposta di civiltà al fenomeno della migrazione di massa. Ma non si tratta di un fenomeno, cioè di un evento, si tratta piuttosto di un nuovo mondo, il mondo globalizzato, che è stato pensato come un mondo di residenti, e risponde presentandosi invece come un mondo di migranti; era un mondo di stabilità la cui qualità era la durata – il tempo indeterminato - e si ritrova costruito come un mondo di precarietà, la cui qualità è vivere nell’imprevedibile. Per integrare in un cammino di civiltà tale mondo nuovo è necessario che si riprenda il processo dell’imputazione dei diritti fondamentali a tutti gli uomini come diritti universali e permanenti e se ne preveda l’effettività per tutti gli abitanti del pianeta. E’ dalla conquista dell’America, cioè dal primo apparire di un “nuovo mondo” che tale cantiere si è aperto. Aveva scritto Francisco de Vitoria in una sua “relectio de Indis” che “all’inizio del mondo, quando tutto era comune era lecito a ognuno trasferirsi e muoversi in qualunque regione volesse; ora non pare che la divisione dei territori abbia annullato questo diritto, dal momento che l’intenzione dei popoli non è mai stata di abolire, con quella divisione, la comunicazione reciproca fra gli uomini. Non sarebbe lecito ai francesi proibire agli spagnoli di muoversi in Francia o anche di vivervi, né viceversa, purché questo non rechi loro danno e tanto meno faccia loro torto”, e questo perché “totus orbis aliquo modo est una respublica”, tutto il mondo in qualche modo è una repubblica.
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