venerdì 10 novembre 2017

PER UN MONDO NON GENOCIDA PATRIA DI TUTTI PATRIA DEI POVERI

Appello a resistere (katécon)
Katécon è la parola usata da Paolo apostolo per evocare la resistenza alle forze della distruzione e ciò che trattiene lo scatenarsi dell’inequità. L’alternativa all’irruente disordine non sta solo nella politica ma nella coscienza e nell’azione dei popoli. Due impegni prioritari: disarmo nucleare e ius migrandi
Sta raccogliendo firme per essere presentato prima del 2 dicembre a Roma un appello a resistere all’ “inequità” per stabilire una società di tutti a cominciare dai poveri, senza più politiche di genocidio. Primi firmatari due Premi Nobel per la pace, un console noto come lo  “Schindler argentino”, un cardinale che presiede ai testi legislativi della Santa Sedeun filosofo della democrazia e dell’eguaglianza, don Ciotti presidente di Libera  e altre personalità internazionali. Ne pubblichiamo in anteprima il testo in italiano. Chi vuole aggiungersi ai primi firmatari basta che scriva qui sotto nello spazio dei “commenti”: “aderisco al katécon” oppure mandi una e-mail a info@chiesadituttichiesadeipoveri.it
Alla fine della seconda guerra mondiale i popoli giudicarono la civiltà che li aveva portati a quella crisi, e si resero conto di come essa fosse avanzata nel tempo rendendosi più volte colpevole di razzismi aggressioni e genocidi. Nel 1948 essi adottarono la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, termine con cui si intendeva non solo lo sterminio di un intero popolo, ma tutti gli atti volti  “a distruggere in tutto o in parte” un gruppo umano come tale. Pertanto essi decisero di passare a una civiltà di popoli eguali senza più genocidio.
Oggi però si ragiona, si decide e si governa come se quella scelta non ci fosse stata. Giocare a minacciarsi l’atomica tra Corea del Nord e Stati Uniti significa infatti ammettere come ipotesi il genocidio di uno o più popoli o di tutti i popoli; pretendere di  rovesciare regimi sgraditi votando alla distruzione i relativi popoli come “danno collaterale”, è già genocidio; mettere in mano a un pugno di persone la maggior parte delle ricchezze di tutto il mondo vuol dire attivare “un’economia che uccide”, cioè  genocida, poiché attenta alla vita di popolazioni intere, mettendole fuori mercato; continuare a incendiare il clima e a devastare la terra significa ecocidio, cioè scambiare il lucro di oggi con il genocidio di domani; intercettare il popolo dei migranti e dei profughi,  fermarlo coi muri e coi cani, respingerlo con navi e uomini armati, discriminarlo secondo che fugga dalla guerra o dalla fame,  e toglierlo alla vista così che non esista per gli altri, significa fondare il futuro della civiltà sulla cancellazione dell’altro, che è lo scopo del genocidio. Queste pratiche, oltre che malvagie, sono contro ragione; infatti nessuna di esse va a buon fine, mentre scelte opposte sarebbero ben più efficaci e vantaggiose, possibili e politicamente capaci di consenso.
Riguardo al popolo dei migranti, un popolo fatto di molte nazioni, l’illusione di conservare la civiltà scartando pezzi di mondo è particolarmente infelice, perché  il rifiuto di accogliere e integrare migranti e profughi li rende clandestini, li trasforma in rei non di un fare, ma di un esistere. La conseguenza è che gli stessi Stati di diritto e di democrazia costituzionale tradiscono se stessi perché accanto ai cittadini soggetti di diritto concentrano masse di persone illegali, giuridicamente invisibili e perciò esposte a qualunque vessazione e sfruttamento, pur avendo tutti non solo lo stesso suolo ma lo stesso sangue.
Una tale situazione sembra evocare e rendere di attualità quello che agli albori del cristianesimo l’apostolo Paolo descriveva come “il mistero dell’anomia”, cioè la perdita di ogni legge e la pretesa dell’uomo e del potere “senza legge” di mettersi al di sopra di tutto additando se stesso come Dio. In quella stessa intuizione delle origini  cristiane si annunciava però anche un “katécon”, una resistenza, una volontà antagonista che avrebbe trattenuto e raffrenato le forze della distruzione[1]  e impedito il trionfo della fine, aprendo la strada alla risoluzione della crisi.
Comunque si interpreti questa antica parola, noi avanziamo l’urgenza che dai popoli si esprima una tale resistenza, si eserciti questo freno, come già avvenne nel Novecento quando il movimento della pace in tutto il mondo, interponendosi in modo non violento tra i missili nucleari da un lato e l’umanità votata allo sterminio dall’altro, riuscì a ottenere il ritiro della  minaccia e a scongiurare la guerra atomica.
Due impegni prioritari
Due appaiono oggi gli impegni prioritari di questo resistere agendo[2]:
1 . Lottare perché le Potenze nucleari simultaneamente firmino e attuino il Trattato dell’ONU per la interdizione delle armi nucleari, cui già aderisce la maggior parte delle Nazioni;
2 . Lottare perché sia riconosciuto e attuato con politiche graduali e programmate il diritto universale di migrare e stabilirsi nel luogo più adatto a realizzare la propria vita. Lo ius migrandi, uno dei primi “diritti naturali” proclamati dalla modernità, sarebbe il volano di un profondo rinnovamento economico e sociale, e il più incisivo artefice della nuova identità di una società mondializzata con una umanità finalmente unita e custode della Terra che le è data per madre.
Ciò che auspica questo appello è che tale visione del mondo e della civiltà di domani non solo sia enunciata come ideale, ma sia assunta come compito, diventi resistenza e azione, si faccia “movimento”.
 16 ottobre 2017
Firme: Adolfo Perez Esquivel, Premio Nobel per la pace 1980, Shirin Ebady, Premio Nobel per la Pace 1983, Enrico Calamai, ex console nel Paese dei “desparecidos”, noto come “lo Schindler argentino”, Francesco Coccopalmerio, cardinale presidente del Consiglio per i testi legislativi, Luigi Ferrajoli, filosofo del diritto, don Luigi Ciotti, Presidente di Libera, Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, Raniero La Valle, giornalista, Grazia Tuzi, Franck Chaumon, psichiatre, Paris, mons. Raffaele Nogaro, ex vescovo di Caserta, Moni Ovadia, uomo di teatro, scrittore, Paolo Maddalena, giudice, ex vicepresidente della Corte costituzionale, Nino Fasullo, redentorista, Palermo, Sergio Tanzarella, storico della Chiesa, Napoli, Domenico Gallo, magistrato di Cassazione, Guido Calvi, giurista, Roma, Gian Giacomo Migone, storico, Torino, Tina Stumpo, Coordinamento Democrazia costituzionale, Roma, Monica Cantiani, Roma, Claudio De Fiores, costituzionalista, Napoli, Raul Mordenti, critico letterario, Roma, Raffaele Luise, giornalista, Roma, Innocenzo Gargano, monaco camaldolese, biblista, Giovanni Cereti, teologo cattolico, Enrico Peyretti, Torino, Bruno Secondin, teologo, Vittorio V. Alberti, Roma, padre Alez Zanotelli, missionario comboniano; Vittorio Bellavite, di “Noi siamo Chiesa”, Franco Ferrari, presidente Associazione “Viandanti”padre Giulio Albanese, missionario, Antonietta Augruso insegnante, Andrea Melodia, giornalista, Luisa Morgantini, sindacalistaGianni Minà, giornalista, Marinella Perroni, teologa, Giovanni Cereti, teologo, Massimo Lucchesi, giornalista, Vania De Luca, giornalista,  Antonino Abrami, Acting President dell’International Academy of Environmental Sciences; Francesca Landini, informatica,
[1] “E ora sapete ciò che lo trattiene (katécon)”, 2 Tess. 2, 7-8.
[2] “Penserete esclusivamente ciò di cui risponderete agendo”, D.  Bonhoeffer, Resistenza e resa, 1969, Milano, p. 235.
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martedì 24 ottobre 2017

USCIRNE DA SOLI È MARCHIONNE, USCIRNE TUTTI INSIEME È POLITICA



Il referendum veneto
di Raniero La Valle

L’esempio del Veneto ha quasi il sapore di un ultimo avviso, ancora in tempo utile, però. Ce ne occupiamo anche perché si tratta dell’ex Veneto bianco, a cui la solidarietà e l’amore per il bene comune avrebbe dovuto rimanere nel sangue. Certo, commentare i risultare all’indomani di un referendum è “fare politica”: ma chi ha detto che “i poveri”, cioè “tutti”, non debbano fare politica? O che dicendosi “Chiesa” contraggano un’interdizione al pensiero politico, cioè debbano scegliere tra un’alienazione e una cittadinanza a pieno titolo?
Il Veneto è un ultimo avviso, perché la sera del referendum, vinto dalla tesi piuttosto elastica di una maggiore “autonomia”, la richiesta immediata (già messa in un progetto di legge regionale di un solo articolo) è stata: il Veneto lasci la condizione comune della povera Italia che arranca, si prenda i privilegi di una Regione a statuto speciale, e trattenga per le sue spese i nove decimi dei soldi destinati alla fiscalità nazionale.
Ciò è legittimo o è fuori legge? Allo stato delle cose è legittimo, perché le leggi non impediscono di perseguire il proprio solo interesse, contro quello di tutti gli altri. Non c’è una legge in un solo articolo, né regionale né nazionale, che dica: “l’egoismo è proibito”. La Costituzione sì, lo impedirebbe, e infatti la richiesta veneta si potrebbe attuare solo con una modifica costituzionale, ma non è proibito di provarci, e la Costituzione è oggi in gran parte (nella sua polpa, cioè) svuotata ed esposta a tutte le malversazioni grazie alle picconate e alle rottamazioni subite dal 1989 al 4 dicembre scorso.
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martedì 10 ottobre 2017

IL PAPA PUBBLICATO DAL MANIFESTO



La pubblicazione del libro di Bergoglio da parte del Manifesto rompe la convenzione moderna che ha messo fuori la porta il discorso su Dio. Il papa non direbbe nulla di quello che dice se non fosse motivato dalla fede, libero chi vi consente di credere o non credere. Il problema dell’Islam

Raniero La Valle  

Alle “cose mai viste” prodotte dal pontificato di Francesco si è aggiunta ora la diffusione urbi et orbi dei tre discorsi del papa ai Movimenti Popolari ad opera di una casa editrice laica (Ponte alle Grazie) e di un giornale con una tradizione militante come quella del “Manifesto”. Vi è in questa proposta editoriale un’intuizione informativa straordinaria, perché nel mare di scritti e discorsi di papa Francesco estrarre e mettere insieme quei tre discorsi significa aver colto l’evento nell’evento, ovvero il senso complessivo del suo ministero: perché in quei discorsi non ci sono solo terra casa e lavoro, c’è la sua visione del mondo, struttura e sovrastruttura.
Ma dove sta la notizia? La notizia non sta nel fatto che ”il Manifesto” sia d’accordo col papa nel riconoscere i poveri (o, come direbbe il giornale, le classi povere) non solo come vittime dell’ingiustizia, ma come soggetti che lottano contro l’ingiustizia, né sta nel fatto che condivida l’analisi sull’alienazione del denaro (che il papa chiama idolatria) e sull’economia che uccide. È logico che sia così.
La  notizia sta nel fatto che la modernità, nelle sue espressioni più mature, non ha più bisogno di esibire come suo punto d’onore quel certo patriottismo laico che le imponeva di prendere le distanze, pur col dovuto rispetto, da tutto ciò che sapesse di religione e di chiese. Ricordo un libro a più mani, per una campagna elettorale romana, in cui ad autorevoli esponenti della sinistra fu chiesto un articolo in cui ciascuno esprimesse le sue speranze e il suo progetto per il futuro di Roma. E uno scrisse una sola riga: “vorrei una Roma senza papa”.
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martedì 3 ottobre 2017

La Chiesa riparata



Quando c'erano i bombardamenti sul Vietnam, una bomba scoppiò anche nel cortile dell'arcivescovado di Bologna. Oggi quella bomba è stata ripresa al laccio e scagliata lontano, fuori della Chiesa, a Bologna. Francesco continua a riparare la Chiesa di Gesù Cristo. Con quale storia alle spalle? 
Era il 1967 e da molte parti del mondo cristiano saliva a Paolo VI la richiesta che la Santa Sede condannasse i bombardamenti americani sul Vietnam del Nord. Il giornale cattolico di Bologna sosteneva indefessamente, contro le bombe, il negoziato. Ma Paolo VI pensava che la Chiesa dovesse restare neutrale tra Stati Uniti e Vietcong, e non condannò i bombardamenti e la guerra americana. Allora nella giornata della pace del 1 gennaio 1968 l'arcivescovo di Bologna Giacomo Lercaro proclamò solennemente in cattedrale, riprendendo un tema di Dossetti, che "la via della Chiesa non è la neutralità, ma la profezia". Non glielo perdonarono, del resto avevano un conto aperto con lui, perché era stato lui il promotore e la guida della riforma liturgica del Concilio, e se ormai nella Chiesa la Parola si poteva annunciare in lingue vive, e non nascosta nel sudario del latino, si doveva a lui. Sicché il cardinale Lercaro fu rimosso (il giornale già era stato chiuso) e cominciò così la grande lacerazione della Chiesa, non solo di Bologna, dopo il Concilio. Qualche mese dopo, ricevendo finalmente il deposto arcivescovo, al suo racconto dei fatti Paolo VI si mostrò contrariato, e gli disse: "cosa devo fare, devo rimetterla in sede?". Di certo non si trattava di questo; Lercaro senza protestare aveva obbedito, si era ritirato nella sua casa dove ogni mattina, per i ragazzi che egli ospitava per mantenerli all'università, celebrava la Messa su un altare dove era scritto: "se condividiamo il pane celeste, come non condivideremo il pane terreno?".
Domenica 1 ottobre papa Francesco lo ha simbolicamente rimesso in sede, sulla cattedra bolognese, citandolo e ripetendo davanti a San Domenico, all'università, agli studenti, alla città, la sentenza incriminata: "
la via della Chiesa (per sbaglio ha detto "la vita") non è la neutralità ma la profezia". Ormai nemmeno in nome della neutralità una bomba, una violenza, una guerra, può essere scatenata con il beneplacito della Chiesa. E un esercito che lo faccia non può avere per patrono papa Giovanni XXIII.

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martedì 26 settembre 2017

OTTO PER CENTO

Le elezioni tedesche

Si può governare facendo una politica giusta, ma se il liberismo è regime la sinistra non può vincere
di Raniero La Valle

C’è stato molto bla-bla-bla sulle elezioni tedesche i cui risultati hanno preso di sorpresa la maggior parte dei commentatori. Da un po’ di tempo i commentatori che vanno per la maggiore sui giornali e in TV non fanno che sorprendersi per risultati elettorali che essi stessi provocano pascendo l’opinione pubblica con le loro belle idee.
In realtà non c’era molto da sorprendersi, mentre le elezioni tedesche hanno rivelato due semplici verità.
La prima è che Angela Merkel ha vinto e per la quarta volta governerà la Germania, anche se ha perso l’8 per cento dei voti. Tutti dicono – anche se la diagnosi è piuttosto sommaria – che li ha persi perché contro venti e maree ha coraggiosamente deciso che la Germania accogliesse un milione di profughi. Questo vuol dire che si possono vincere le elezioni e si può governare anche facendo una politica giusta, che a molti non piace. Ciò costa solo l’8 per cento dei voti, ma forse giova alla democrazia aumentando il pluralismo e le degasperiane virtù volte a non governare da soli; in ogni caso con quell’8 per cento che ha perso per evitare ai tedeschi il ritorno al razzismo delle leggi di Norimberga, Angela Merkel ha salvato la Germania e quanto resta dell’ “idea dell’Europa”. Di ciò bisogna esserle molto grati. Intanto da noi il sindaco di Ventotene ci spiega che se non arrivano bambini “stranieri” le scuole elementari di una gran quantità di piccoli comuni, e anche le medie, dovranno chiudere, per mancanza di alunni, almeno finché gli italiani non saranno rimessi in condizioni di far figli, come vorrebbero le politiche di eguaglianza e sussidiarietà stabilite dalla Costituzione.
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venerdì 8 settembre 2017

UN DIO CHE SORPRENDE



Ad Assisi il 25 agosto 2017

Cinque tesi una conclusione e una postilla più drammatica

Raniero La Valle

Quello che segue è il testo della relazione tenuta da Raniero La Valle il 25 agosto 2017 ad Assisi nel quadro del Convegno sul tema: “Come dare futuro alla svolta profetica di Francesco”
 
1. La novità di papa Francesco

Il Dio che sorprende è il Dio annunciato da papa Francesco. Ancora mercoledì scorso nella sua catechesi il papa ha parlato del Dio che crea novità, perché è il Dio delle sorprese. Certo non è questo il solo Dio in circolazione. C’è il Dio predicato per inerzia da tutta la Chiesa, il Dio predicato nella Chiesa italiana. Ma non è un Dio che sorprende, non suscita meraviglia, è il Dio che giace nel catechismo, che da tempo non sveglia più nessuno.
Poi c’è lo stereotipo del Dio demiurgo, todopoderoso, depositato nella cultura comune, condiviso sia da chi lo afferma, sia da chi lo nega, sia da chi lo ignora.
Il Dio che irrompe nella Chiesa di Francesco è diverso. In un mondo piagato ed esposto alle peggiori sorprese, nessuno pensava che ci potesse essere una sorpresa da parte di Dio. O almeno non lo si pensava più, da quando era stato messo a tacere il Concilio. Per questo la Chiesa era diventata così tetra e la fede se ne stava andando come l’acqua dall’invaso di una sorgente inaridita.
Ma ecco che da quattro anni è comparso un Dio che sorprende. Per il mondo è stato un bagliore improvviso, una straordinaria novità, per gli archeologi del sacro è stata invece una sorpresa ingrata, un incidente imprevisto, uno strappo ai regolamenti. Perciò i più papisti del papa sono diventati, proprio loro, antipapisti.
Questo spiega la solitudine istituzionale di papa Francesco e l’astio con cui è combattuto, ed è per questo, perché vorremmo stare al suo fianco, che ci siamo qui riuniti ad Assisi.

2. Non è la prima volta di un Dio che sorprende

Non è la prima volta che Dio ci sorprende, che c’è l’impatto con un Dio quale prima non era stato  pensato. Dunque anzitutto dobbiamo fare uno sforzo di memoria, per non dimenticare che c’è una storia dietro di noi.
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lunedì 7 agosto 2017

Il genocidio

Il caparbio rifiuto europeo di far posto ai profughi e la maldestra condotta del governo italiano sui migranti (la dottrina Minniti, i vincoli posti alle operazioni di soccorso, la spedizione delle navi militari in Libia) hanno innescato una rovinosa deriva dell’opinione pubblica, sostenuta da una inaudita campagna di stampa contro ogni forma di accoglienza e di solidarietà. Questa, a ben vedere, al di là del supposto obiettivo delle ONG, ha di mira il papa che, con i gesti di Lampedusa e Lesbo, ha squarciato la cortina dell’omertà e ha posto la questione politica e morale della risposta da dare alla più grande tragedia del nostro tempo, quella delle migrazioni di massa.
È cominciata da lì la serie degli eventi: prima l’Italia ha avviato l’operazione “Mare nostrum”, pensando che fosse a buon mercato, poi Alfano, dopo un anno, l’ha fatta chiudere, i populismi egoisti e xenofobi si sono scatenati, la stampa e le TV hanno fatto da sponda alla paura e all’intolleranza, il governo ora passa alle maniere forti, Renzi e gli altri vecchi politici non pensano se non in termini di consenso per il potere, ed ecco che quello che stiamo per compiere prende il suo vero nome: un genocidio. L’esperienza del Novecento ci dice che dei genocidi è meglio accorgersi prima o nel mentre che si compiono, piuttosto che commemorarli o negarli dopo.
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sabato 22 luglio 2017

TORNARE AI GIORNI DI COMISO



Le potenze nucleari e perfino l’Italia rifiutano il trattato ONU per il disarmo atomico. Occorre ricominciare la lotta. Un libro che ricostruisce la storia del NO ai missili di Comiso

Raniero La Valle

Con la sola eccezione della Corea del Nord le potenze nucleari, a cui si è associata anche l’Italia, hanno preso posizione contro il tentativo messo in atto dall’ONU per giungere a un trattato per la messa al bando delle armi nucleari. La decisione di procedere in questa direzione era stata presa  dall’Assemblea generale  del 23 dicembre 2016 che aveva istituito una speciale Conferenza dell’ONU per predisporre il testo del trattato. Ma le potenze nucleari e quelle della NATO (con l'eccezione dell'Olanda, che però ha poi espresso l'unico voto contrario),si sono rifiutate di partecipare calla Conferenza, che tuttavia il 7 luglio scorso ha approvato con 122 voti favorevoli (quasi due terzi dei membri dell’ONU), 1 voto contario e 1 astenuto il testo del trattato antiatomico  che dovrà essere ora sottoposto alla firma e alla ratifica degli Stati.
Il governo italiano, interrogato in Parlamento sul perché avesse rifiutato di partecipare alla Conferenza e di concorrere alla stesura del trattato,  ha risposto che esso, così com’è stato concepito, indebolirebbe il regime di non proliferazione  nucleare esistente, e suscita dubbi circa la sua reale capacità di porsi quale strumento di disarmo nucleare irreversibile, trasparente e verificabile, ragione per cui il governo non lo sottoscriverà. Insomma il trattato sarebbe controproducente, e farebbe aumentare le bombe invece che diminuirle. Si ignora la logica di questa asserzione.
Di nuovo perciò l’arma nucleare minaccia il mondo, mentre ardono i focolai della “terza guerra mondiale a pezzi”. Perciò occorre tornare alla lotta, come i popoli hanno mostrato di saper fare. È uscito in queste settimane un prezioso libro che racconta la lotta, con “fiori e sorrisi” come la descrisse un giudice chiamato a condannarla in tribunale) contro i 112 missili  di Comiso (Davide Bocchieri, Centododici, Fiori sorrisi e politica contro i missili Cruise a Comiso, Edizioni Pressh24, Ragusa, 2017). Il libro rievoca quel movimento di popolo e anche le ferite della Chiesa di Ragusa che allora, nel suo vescovo, non fu per la pace. Il libro, che nasce da una tesi universitaria del suo autore, reca una prefazione di Raniero La Valle, che qui riproduciamo.

Vorrei dire in queste pagine perché questo libro è di straordinaria importanza e bellezza. Ne indico quattro motivi.

1) Il primo motivo è che, per il fatto stesso di esserci, è un libro che milita contro la più pericolosa malattia del nostro tempo, che è la perdita-rimozione della memoria.
Senza memoria non siamo nessuno, abbiamo occhi che non vedono, orecchie che non odono, sensi che non discernono, e non possiamo né capire né guidare la storia.
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